Come ho scandalizzato Facebook Ads (ovvero I double-standard della rete)

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Vado leggermente fuori tema (ma non troppo) perché questa situazione comincia a passare dal comico al grottesco e per me rappresenta una doppia prova sul campo: di social marketing e di pazienza. I fatti: ormai da due mesi sto cercando di mettere in pratica quanto imparato in un master di Social media marketing e comunicazione, ovvero realizzare una campagna pubblicitaria su Facebook per sponsorizzare il blog e la pagina Valiziosa. Con un’altra pagina/blog più ‘innocente’, tutto bene, cosa che mi gasa assai. Quando tento di dare una ‘spintarella’ a pagamento anche a questo sito, invece, ecco che esce fuori il lato pudìco di Facebook. A quanto pare la mia inserzione non corrisponde con le linee guida del social, che prevedono, tra le altre cose, l’impossibilità di sponsorizzare servizi o prodotti per adulti ai minori, o comunque con toni o immagini troppo esplicite. Di porno ovviamente neanche a parlarne. E fin qui mi dico: ok, capisco. Sorry. Rivedo un attimo la scelta del testo e delle immagini, ovvero passo da questo approccio: VALIZIOSA 4 a questo: VALIZIOSA 1

 

Sempre nello spirito della pagina (parlare di intimità e piacere, magari facendo anche un po’ di educazione sessuale, con ironia e in modo non troppo esplicito o tecnico), tant’è che l’analogia con il cibo mi è particolarmente cara. Niente banana col preservativo? Va bene, posso sopravvivere. Ho valide alternative. Anche per quanto riguarda il testo: tralasciamo  la parola ‘sesso’, che evidentemente non piace all’algoritmo di Zuckerberg. Anche in questo caso, di alternative lessicali ne esistono a bizzeffe (spiegatelo anche alla E. L. James, per favore). Peccato che, a quanto pare, per Facebook due cassate siciliane siano più pornografiche di Rocco Siffredi che si sgranocchia una patatina (un minuto di silenzio la pubblicità della Pai). Stesso dicasi per due copricapezzoli di raso neri (molto chic, ma forse all’algoritmo serve anche un aggiornamento stilistico) e per una ragazza che si copre il viso con il disegno di un cuore (??? Non so davvero cosa possa esserci di sconveniente in questa foto, lo giuro).

VALIZIOSA 3

I casi sono due: o l’algoritmo di Facebook ogni tanto perde la bussola (capita anche ai migliori), oppure dietro ai mega-server c’è in realtà una marescialla della Polizia Morale iraniana.

Ma soprattutto mi sorge un dubbio. Capisco la necessità di limitare la diffusione di materiale volgare, offensivo o pornografico, soprattutto perché di minori su Facebook ne girano comunque e anche per una persona adulta ritrovarsi in bacheca il video di una coppia che stantuffa allegramente non è il massimo. Ma non bisogna neanche esagerare: la paura della volgarità non deve e non può farci smettere di parlare in toto di una materia così delicata, la sessualità, che è ben più di questo.

Il sesso non è una deriva del porno, semmai il contrario. Non è intrinsecamente scandaloso, o brutto, o immorale. E’ la lente con cui scegliamo di guardarlo a deformare la realtà. Smettere di parlarne, non è una soluzione.  E di sesso (almeno qui lo scriverò ancora e ancora: SESSO) si può e si deve parlare, soprattutto viste le immagini distorte e le violenze a cui portano l’omertà, l’ignoranza e la repressione, in particolare sulle donne.

C’è poi il doppio standard con cui questa materia viene trattata. Perché proprio mentre scrivo queste righe, mi scorre sotto gli occhi la pubblicità della Durex, sempre su Facebook. Una coppia nel pieno del rapporto amoroso, ricoperta di schizzi (!!! Momento malizioso…) di vernice, sorrisi inequivocabili. Il lubrificante sponsorizzato in primo piano. Più esplicito di così si muore.

durex

Ho provato a prendere spunto da quell’inserzione: se è stata giudicata accettabile e compatibile con le linee guida di Facebook, dovrebbe esserlo anche la mia copia. Inutile dire che il teem di Zuckerberg ha bocciato sia la versione ‘umana’ sia quella (ancora più innocente) animale.

pappagalli color

E allora qual è la differenza? Forse quella che c’è tra il mio misero budget di blogger in erba e quello di una multinazionale milionaria? O c’è qualcosa di più subdolo e invisibile sotto?

Facebook non è il solo a cadere in questa trappola. Come mai il topless di una star non è sconveniente, ma una banana con un preservativo sì? Perché i media riescono a pasturare sui social con gallery che rasentano davvero il pornografico, ma il selfie di una ragazza burrosa in bikini viene bannato?  Differenze che sembrano sottili, ma non lo sono. Nel mezzo ci sono campagne contro l’ipersessualizzazione del corpo femminile e il body-shaming, come  #freethenipples e #bodylove su Instagram e Twitter. Ci sono gli sforzi di chi cerca di fare informazione su una materia che è ancora tabù se si discosta dalle immagini stereotipate del cinema o del porno mainstream: lui e lei, entrambi belli, lei con accento dell’est Europa, lui superdotato, In&out per due-minuti-due e tutti vengono contenti, soprattutto lui). Che io non riesca a fare pubblicità su Facebook, in fondo, non è importante. Ma se non posso dare voce a un punto di vista (nuovo? diverso? ironico?) sulla sessualità, mi domando: a quanti altri è stato tolto il megafono, in mezzo al frastuono della rete?

AGGIORNAMENTO: Dopo due mesi e vari messaggi all’assistenza, Facebook fa retromarcia e mi concede la grazia sulle inserzioni che promuovono la pagina Facebook. Ma questo blog continua ad essere visto come un covo di ninfomani e pervertiti, e la campagna pubblicitaria per promuovere il sito resta bloccata con il bollino rosso. Stay tuned.

2 thoughts on “Come ho scandalizzato Facebook Ads (ovvero I double-standard della rete)

    1. No, non credo che internet sia inutile. Se siamo qui a scriverne è perché non ci sono (ancora) restrizioni su certi contenuti. Il web è un grandissimo contenitore, un oceano, e indubbiamente la pubblicità spesso fa la differenza tra l’essere ‘pescati’ o meno dalla mano dell’utente. Ma del resto non è più un segreto che il primo risultato di Google non è necessariamente (anzi, quasi mai) il migliore o il più pertinente alla nostra ricerca, che il prodotto più sponsorizzato non è il più conveniente; ma soprattutto che per trovare veramente ciò che cerchiamo, bisogna saper cercare e andare al di là dei cookies 🙂

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