No vuol dire no: il consenso spiegato in 5 punti

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Non dovrebbe essere necessario, all’alba del 2018, dover ribadire un concetto apparentemente così semplice come il consenso. Ma come dimostrano gli ultimi fatti di cronaca, tra cui spicca il caso Weinstein e il processo per stupro a due carabinieri, purtroppo siamo rimasti indietro sul programma. Quello della decenza umana di base.

Stamo vivendo un momento storico molto particolare, con le vittime di stupri o molestie che stanno finalmente alzando la testa e la voce, portando la questione all’attenzione di tutto il mondo con denunce, manifestazioni e prese di posizione nette.

Negli Stati Uniti tutto ciò ha portato a far rotolare diverse teste. Qui da noi, la situazione è tristemente ferma e la responsabilità non può essere, ancora una volta, spostata sulle donne e l’omertà a cui sono state costrette fino ad ora. E’ necessario un cambiamento di passo, a cominciare dal concetto stesso di consenso. Ad esempio, stanno prileferando numerose App, che prevedono la sottoscrizione di contratti privati tra partner proprio per garantirsi un appiglio giudiziario nel caso qualcosa vada storto. Ancora un volta la tecnologia si presenta come la soluzione ai nostri problemi interpersonali, ma non dobbiamo cadere nel tranello: se manca la comunicazione (quella cosa che prevede una connessione tra cervello e bocca e che avviene tra due persone, possibilmente faccia a faccia, avete presente?) non c’è contratto o app che tenga. Non possiamo delegare alla tecnologia il compito di capire se stiamo facendo qualcosa di sbagliato, se stiamo superando dei limiti, se dobbiamo fermarci o fare una pausa. Basterebbe così poco.

Ecco dunque un piccolo Bignamino, un compendio in 5 punti, una dispensa se vogliamo, per provare a fare chiarezza una volta per tutte sul consenso, questo concetto così (volutamente?) frainteso.

 

1. Se il sì non è chiaro, vuol dire no

Se il o la partner non partecipa attivamente e in modo entusiasta al rapporto, se è titubante, insicuro/a, non ha espresso chiaramente il proprio consenso o appare anche solo lontanamente dubbioso/a, fermatevi. Il sesso dovrebbe essere un momento di divertimento, piacere, passione. Se avete davanti una persona che non risponde attivamente alle vostre avances, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Quindi stop.

Se n’è parlato molto qualche mese fa, quando il comico Aziz Ansari è stato accusato di stupro ai danni di una donna che aveva passato la serata con lui. Lei aveva manifestato più volte il suo disagio, durante le manovre “di seduzione” del comico, ma lui non si era fermato. Se non siete davanti a un no chiaro, non significa che il semaforo sia verde. Fermatevi e cercate di capire se qualcosa non va. Il che non significa fare pressioni o mettere l’altra persona alle strette. Guardate che vi tengo d’occhio.

 

 

2. Se è ubriaca/o vuol dire no

Potrebbe essere una sottcategoria della regola numero 1, ma ribadiamolo: ogni volta che avete davanti una persona sotto l’effetto di alcol, droghe, medicinali, stati di alterazione o comunque non in pieno possesso delle proprie facoltà psicofisiche, NON DOVETE APPROFITTARNE!

“Sì, ma anche se era un po’ brilla, era lei a farmi delle avances/ sembrava compiacente,/ rideva/ non ha detto no/ non ha urlato…”.

NON MI INTERESSA, siate persone decenti e fermatevi. Da ubriachi non abbiamo la piena coscienza di ciò che ci sta accadendo. Se è pericoloso mettersi al volante, figuriamoci un atto intimo e potenzialmente rischioso come il sesso. Sì, ho detto rischioso: vi ricordo l’esistenza di cosucce chiamate malattie sessualmente trasmissibili. Visto che durante le sveltine da ubriachi il preservativo è l’ultimo dei nostri pensieri, lascio a voi il calcolo della probabilità di contaminazione. Spoiler: è molto alta.

 

3. Se è minorenne vuol dire no

Anzi, in questo caso non avreste dovuto fare nemmeno la domanda. Possiamo stare a discutere ore e ore sul fatto che una 16enne oggi possa sembrare già una donna fatta finita. Non cambia la sostanza: i minorenni (e le minorenni) non si toccano. E se la biologia può lasciare spazio a dubbi, c’è comunque la legge a metterci dei paletti (i 18 anni). Parafrasando il concetto. se potrebbe passare per tua figlia, la risposta è no.

 

4. Un sì non è per sempre 

Il fatto che una persona abbia acconsentito a fare sesso con te una volta, non significa che la porta resti aperta 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Vale anche per le coppie di fatto e gli sposati (stupro coniugale, anyone?). Se il o la partner non vuole o ne ha voglia (per motivi suoi, non deve darvi spiegazioni), non importa se il giorno prima avete grufolato allegramente per 4 ore. A questo giro è un no. 

#STACCE

 

 

Vi do una notiziona. Il consenso non è come la verginità: una volta dato lo si può riprendere anche indietro. Straordinario, vero? E questo vale anche se siamo nel bel mezzo di un Paso Doble, badate! Se stiamo facendo le cosacce e io per un qualche motivo voglio fermarmi, non è scritto da nessuna parte che si debba continuare “perché ormai abbiamo iniziato” o peggio, “perché così mi fai venire le palle blu”.

Caro, ti presento Federica, la mano amica: puoi andare in bagno e finire con lei, non mi offendo.

 

5. Se è sotto minaccia/intimidazione vuol dire no

Ogni volta che si mischia sesso e potere qualcosa va storto (a meno che non siamo all’interno di una sessione di dominazione/sottomissione appositamente studiata e concordata, ma questa è un’altra storia). Qui il riferimento al caso Weinstein è chiaro: abbiamo una persona (nella stragrande maggioranza dei casi un uomo) che ne costringe un’altra a sottostare alle sue voglie, facendo leva sulla sua superiorità, che può essere economica, sociale o anche solo percepita.

Non è necessario che ci sia una minaccia esplicita: la paura di ritorsioni, di un demansionamento, di un licenziamento o, come nel caso delle attrici vittime del produttore stupratore, la consapevolezza che la propria carriera potrebbe essere distrutta per un no, sono talvolta più potenti di un coltello puntato alla gola.

E non voglio sentire commenti del tipo “ah ma lei c’è stata perché così diventava famosa” e robe simili. Ognuno farà i conti con la propria coscienza al momento opportuno, ma ciò non toglie che una persona di potere che ti chiede qualcosa in cambio di sesso ti metta in una posizione scomoda, da cui non tutte (o tutti) siamo in grado di uscire a testa alta o conservando il posto di lavoro. Nessuno può fare la morale a queste donne. Nessuno.

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Post scriptum: i no non hanno data di scadenza

Denunciare uno stupro o una molestia 10 o 20 anni dopo, non toglie nulla alla veridicità dei fatti. Le molestie, lo stupro, la violenza non sono vasetti di yoghurt, non hanno data di scadenza. Un’altra questione che è venuta fuori con il caso Weinstein è proprio quella delle denunce “tardive”. Vuotare il sacco dopo anni, non significa che i fatti siano meno veri o gravi.

Ma perché le vittime hanno aspettato tanto prima di dire qualcosa? La risposta è in parte al punto 5: paura di ritorsioni, il timore di non essere credute e della conseguente gogna mediatica (un timore ahimè fondato,come ci dimostra lo schifo crollato addosso ad Asia Argento), conseguenze su amici, prenti o figli, la mancanza di indipendenza economica e di risorse per allontanarsi dallo stupratore/molestatore. Grazie anche a campagne come #meToo, qualcosa, almeno sul fronte del sostegno alle vittime di violenza e molestie, sta fortunatamente cambiando, ma in Italia siamo ancora indietro, soprattutto dal punto di vista culturale.

Il tentato femminicidio di Latina è di poco precedente a questo post: un altro caso in cui un no è diventato una strage, dove una vittima non è stata ascoltata, o almeno, non è stato dato il giusto seguito alle sue richieste di aiuto. A farne le spese, ancora un volta, è stata una donna e in questo caso persino due bambine. Qui andiamo ben oltre il concetto di consenso, me ne rendo conto, ma è fondamentale capire che tutto ciò di cui abbiamo parlato sopra, può portare anche a questo (sta già portando a questo).

Se non siamo in grado di distinguere un sì da un no, come potremo imparare a gestire un rifiuto?

 

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